Spesso leggendo un articolo di giornale o un libro vengo colpito dai numeri. So che un caccia militare costa un sacco di soldi e che vaccinare un bambino costa pochi euro ma vedere i costi e capire quante vaccinazioni si potrebbero fare con i soldi spesi per comprare un aereo militare dà tutta la dimensione di cosa possa significare fare una scelta invece dell'altra.


venerdì, 02 dicembre 2005

Quando lo Stato diventa assassino

Kenneth Boyd era un reduce dal Vietnam, soffriva di problemi psichici e di alcolismo. Era stato ritenuto colpevole dell'omicidio della moglie e del suocero. Aveva 57 anni ed è stato giustiziato oggi con un'iniezione letale in Nord Carolina.
Davanti al penitenziario di Raleigh, mentre avveniva l'esecuzione, si è svolta una manifestazione pacifica di circa 200 persone. 16 di queste, che si erano avvicinate alla porta del penitenziario inginocchiandosi, sono state arrestate.
La sorte ha voluto che Boyd fosse il giustiziato numero 1000 da quando negli Stati Uniti è stata reintrodotta la pena di morte nel 1976. Di questi, 832 sono morti a seguito di iniezioni letali; 152 sono stati giustiziati sulla sedia elettrica, 11 nella camera a gas; 3 impiccati e 2 fucilati. Gli Stati membri della federazione nei quali vige la pena di morte sono 38 su 50.

(le informazioni sono tratte da varie agenzie stampa e siti web di quotidiani nazionali)
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mercoledì, 09 novembre 2005

Davide e Golia (ovvero qualche numero sul blocco degli Stati Uniti nei confronti di Cuba)

L'Assemblea delle Nazioni Unite ha condannato per il quattordicesimo anno consecutivo il blocco attuato dagli Stati Uniti nei confronti di Cuba. Contro il blocco hanno votato 182 Paesi, 4 (Stati Uniti, Israele, Palau e Isole Marshall) hanno votato a favore, uno (Micronesia) si è astenuto e altri 4 (El Salvador, Nicaragua, Iraq e Marocco) non hanno votato. Ma si sa, l'ONU viene sbandierata quando serve e dimenticata quando prende decisioni scomode.

Il blocco visto da qui sembra una cosa ridicola, soprattutto in un'epoca di commerci globali. Ed in effetti ridicola a volte lo è. Ad esempio è fatto divieto a tutti i cittadini e ai residenti permanenti negli Stati Uniti di acquistare, anche all'estero e anche per consumo personale, beni prodotti a Cuba, sigari e rum compresi. Tradotto in soldoni un cittadino statunitense (o anche di un'altra nazione che però vive stabilmente negli Stati Uniti) e venisse per turismo in Italia, entrasse in un bar e bevesse un bicchiere di rum cubano commetterebbe un reato. La pena? una multa fino a 250.000 dollari e la reclusione fino a 10 anni. I danni per Cuba sono ingentissimi. Ma a volte il ridicolo sconfina nel tragico: la Chiron Corporation è stata multata per 168.500 dollari perché ha venduto a Cuba due tipi di vaccino per bambini. Da allora ha smesso di vendere i propri prodotti al Paese caraibico.
Gli Stati Uniti proibiscono alle imprese di altri Paesi di vendere a Cuba prodotti che contengano tecnologia statunitense o più del 10% di componenti provenienti dagli Stati Uniti.
Forse per avere un'idea di cosa significa tutto questo si può aggiungere che quasi la metà delle imprese transnazionali sono statunitensi (come lo sono 8 delle 10 più grandi). 11 delle 14 maggiori imprese transnazionali nel campo dell'informatica e delle comunicazioni sono statunitensi. Tra le 10 maggiori imprese farmaceutiche (che da sole coprono il 50% del mercato mondiale dei farmaci) 5 sono statunitensi.
Ovviamente se un cittadino statunitense volesse fare un viaggio a Cuba non può farlo. Nel solo 2004 se anche soltanto il 15% degli 11 milioni di turisti statunitensi che si sono recati ai Caraibi avesse scelto Cuba (studi statunitensi parlano di cifre di potenziali turisti decisamente più alte tra i 2 e i 4 milioni di visitatori l'anno), Cuba avrebbe incassato un miliardo di dollari.
Questo è il blocco. O meglio questi sono alcuni esempi di cos'è il blocco.

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mercoledì, 26 ottobre 2005

Chi vive di più, chi vive di meno

La vita media nel mondo è in aumento. L'aspettativa di vita in Occidente sfiora ormai gli 80 anni. Ma anche in alcuni dei c.d. paesi in via di sviluppo si vive di più. In Asia orientale e in America Latina l'aspettativa di vita, che era di 65 anni nel 1990, ha ormai nettamente superato i 70.
I primi a beneficiare di questo processo sono i bambini. Oggi nell'arco di dodici mesi ne muoiono due milioni in meno, nel mondo, rispetto al 1990. E la probabilità per un neonato di raggiungere i 5 anni di età è aumentata del 15%.
Sono i numeri dello «Human Development Report 2005» delle nazioni Unite.

Si è però mai visto che questo blog dia buone notizie? A farci credere di vivere nel migliore dei mondi possibili ci pensano già in troppi. Così non voglio unirmi al coro e aggiungo quindi che quello che è scritto qui sopra ha due grandi eccezioni che si chiamano Africa sub-sahariana e Repubbliche ex sovietiche.

A sud del Sahara, dal 1990 a oggi la vita media non solo non è aumentata ma è diminuita. Nel 1990 era di quasi 50 anni, ora è di poco superiore ai 45. Nell'Africa sub-sahariana nascono il 20% dei bambini del mondo, ma il 44% dei bambini che muore è proprio nell'Africa sab-sahariana. Tra tutti quello che è peggiorato di più è il Botswana in cui l'aspettativa di vita è diminuita di 31 anni! In molti paesi dell'Africa la povertà e l'AIDS (ma di questo tornerò a parlare) stanno facendo scomparire un'intera generazione.

Non c'è molto da ridere neppure nelle repubbliche ex sovietiche. Ad esempio nella Federazione russa la vita media è passata dai quasi 70 a 65 anni. La Russia ha perso 48 posizioni nella classifica mondiale dell'aspettativa di vita. Quella dei maschi russi non supera ormai i 59 anni (era 70 anni a metà degli anni '80), contro i 72 delle donne: la maggiore differenza in assoluto che si conosca al mondo.
Il fenomeno demografico inedito. Nulla del genere si è mai verificato in paesi che, come la Russia in questi ultimi 15 anni, non hanno conosciuto né guerre, né carestie, né epidemie. La spiegazione è nella povertà, nella distruzione del welfare e nell'accresciuto consumo di alcool.
La rapida transizione da un'economia centralmente pianificata a una di mercato ha significato una brusca riduzione del PIL. Nonostante la crescita sostenuta degli ultimi 2-3 anni, oggi il PIL russo è inferiore del 10% rispetto al 1990. L'approccio neoliberista ha generato una massa enorme di poveri. Secondo il rapporto delle Nazioni Unite ancora oggi in Russia il 10% della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno e il 25% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà.
Nello stesso periodo è venuto meno il welfare sanitario (il regime comunista garantiva la copertura sanitaria universale). La Russia democratica ha investito sempre meno risorse pubbliche (oggi la spesa sanitaria dello Stato non supera il 2,9% del Pil, inferiore alla metà della spesa sanitaria pubblica in ogni paese occidentale) e si è creato un sistema sanitario privato del tutto inaccessibile alle fasce povere della popolazione. 
Poi l'alcol il cui consumo presso la popolazione maschile è aumentato in modo notevole.
Questi fattori hanno determinato un incredibile aumento di morti per cause cardiovascolari (di gran lunga la causa di morte prevalente), per malattie infettive (tubercolosi, Aids) e dell'aumento del numero di suicidi e omicidi (il numero di maschi uccisi in Russia è oggi doppio rispetto agli anni '90).
«Tutto ciò sembra confermare quello che molti medici sanno da tempo: la povertà e la carenza di politiche sociali volte a combatterne gli effetti sono tra gli agenti patogeni più pericolosi che si conoscano».

(La frase virgolettata, così come il testo un po' abbreviato e rimaneggiato, vengono da Pietro Greco, Russia e Africa: la vita media diminuisce, in l'unità del 24 ottobre 2005)

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venerdì, 05 agosto 2005

Niger questo sconosciuto

Copio-incollo da Indimedia:
Non se ne è accorto nessuno.
Qualche giorno fa Jean Ziegler, sociologo svizzero prestato all'Onu, ha lanciato un appello per il Niger, dove 3,3 milioni di persone rischiano di morire di fame nei prossimi due o tre mesi.
In maggio l'OCHA ( ufficio Onu per il coordinamento degli affari umanitari), lanciò un appello urgente chiedendo 16 milioni di dollari, poi cresciuti a 18; mezzo Gilardino, o lo stipendio di due anni di una star del calcio.
La generosità mondiale ha raccolto solo 3,8 milioni di dollari finora, contravvenendo a quello che lo stesso Ziegler ha definito "un obbligo giuridico", prima ancora che morale.
Nel determinare la situazione in Niger, alla natura crudele si è aggiunta l'opera degli organismi internazionali.
La crisi parte da quando la Banca Mondiale chiese come condizione agli aiuti la privatizzazione dei servizi nigeriani.
Una scomoda conseguenza fu la sparizione del servizio veterinario pubblico, che in un paese dedito alla pastorizia era una delle colonne della catena del cibo nigerina.
Spariti i veterinari, diventate "private", quindi costosissime le medicine, la pastorizia nigerina è crollata nel volgere di pochi anni, danneggiando anche la poca agricoltura che sfrutta ancora, e principalmente, la forza animale.
L'anno scorso poi c'è stata una invasione di locuste, che ha devastato i campi e prosciugato le riserve. A questo si è aggiunto il contributo dei politici nigerini, i quali hanno distribuito con il contagocce gli aiuti alimentari per evitare di "alterare i prezzi sul mercato interno", che infatti ora sono alle stelle.
Ultimo effetto, non trascurabile, gli oltre tre milioni di nigerini ridotti all'inedia (tra i quali 800.000 bambini) non sono ora in grado di provvedere alla preparazione dei campi per i futuri raccolti, mancando della forza per uscire dalle loro abitazioni.
18 milioni di euro, non si trovano per evitare la morte di 3.300.000 persone; per lo Tsunami ne sono stati promessi 1.000.000 di milioni (ad onor del vero i colpiti finora non hanno ancora visto quasi nulla), l'ultimo buco nei conti italiani è di 10.000 milioni di euro.
Sui media italiani la notizia non esiste.

(da http://italy.indymedia.org/news/2005/07/835572.php)

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venerdì, 29 aprile 2005

Il cielo a scacchi

«Settecentoventisei persone in carcere ogni 100 mila abitanti. O un detenuto ogni 138 residenti. O ancora, 2,1 milioni di cittadini dietro le sbarre. Comunque la si voglia mettere, il nuovo dato pubblicato ieri dal Dipartimento di giustizia americano non potrebbe essere più chiaro: negli Stati uniti è in corso un fenomeno che potrebbe essere definito senza enfasi «carcerazione di massa», come infatti lo definiscono autorevoli columnist della stampa americana. In un anno - dal 30 giugno 2003 al 30 giugno 2004 - la popolazione carceraria è cresciuta di 48.452 persone, con un tasso del 2,3%. Ciò significa che, ogni settimana, negli Stati uniti sono finite in carcere in media 900 persone [in più di quante venivano scarcerate]. E questo nonostante da dieci anni il tasso di criminalità sia in costante decremento».

«Il trend va avanti da anni: «Questo dato va messo in relazione alle politiche contro la droga messe in campo tra gli anni `80 e gli anni `90, come risposta all'incremento di crimini connessi alle sostanze stupefacenti», ha spiegato Paige Harrison, funzionario del Dipartimento di giustizia e coautrice del rapporto. Ma secondo il Sentencing Project, un think-thank con sede a Washington che promuove le alternative al carcere, molti detenuti che languono nelle celle americane sono stati condannati per reati di piccola entità. «Se non iniziamo a promuovere politiche di alternativa alla prigione - ha detto Malcom Young del Sentencing Project - continueremo a essere il paese leader in fatto di carcerazioni». Secondo i dati dell'istituto Justice Policy, infatti, gli Usa sono al primo posto nelle statistiche mondiali per numero di persone detenute: 726 ogni 100 mila residenti. Nel Regno unito sono 142 ogni 100 mila, in Cina 118, in Italia 100».

Situazione rosea quella italiana? Mica tanto. Le carceri del c.d. Bel Paese sono perennemente sovraffollate. Il 27 aprile nel carcere di Sulmona si è suicidato un detenuto. Si chiamava Francesco Veduccio e aveva 36 anni. Il suo è il sesto in 19 mesi in quel carcere (e il 19 aprile 2003 si era suicidata pure la direttrice). Il suicidio del detenuto di Sulmona è il ventesimo dall'inizio dell'anno.

Riporto le parole di Luigi Manconi, responsabile del Dipartimento Diritti civili dei Democratici di Sinistra: «il dato generale dice che negli istituti di pena italiani ci si ammazza 17-18 volte più di quanto ci si ammazzi fuori dal carcere. Altro dato costante: oltre il 50% dei detenuti che si suicidano (il 54% nel 2004) si toglie la vita nei primi sei mesi di reclusione. Succede così anche nel 2005: la metà si è tolta la vita entro i primi 6 mesi di reclusione, 4 entro i primi 3 giorni. Rispetto all'età dei detenuti suicidi, ricordiamo che nel complesso della popolazione italiana oltre il 65% dei suicidi registrati riguarda persone sopra i 44 anni; in carcere solo il 13%: ma, tra i reclusi, il 60% dei suicidi riguarda persone tra i 18 e i 34 anni. Ancora: in carcere l' 87% dei suicidi avviene tra i 18 e i 44 anni, mentre la media nazionale in quella fascia d'età raggiunge il 35% appena».

Non so quanti siano i suicidi nelle carceri degli Stati Uniti (se qualcuno trova i dati me li segnali pure), so però che l'art. 27, c. 3 della nostra Costituzione recita: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato».

(I primi due capoversi vengono da un articolo di Cinzia Gubbini, Le galere USA: oltre due milioni di detenuti, in il manifesto, 26 aprile 2005. Le parole di Manconi sono ripresi da un articolo del settimanale Vita del 28 aprile).

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giovedì, 28 aprile 2005

Se mi guardi storto io ti sparo

A parte chiedervi scusa per questi 6 mesi di assenza non credo di poter fare molto. Provo a tenere aggiornato il blog, spero di riuscirci. Ma adesso basta con le chiacchiere. Facciamo parlare i numeri...

«Nelle nazioni dove il porto d'armi è strettamente controllato, il numero di morti da pallottola è minuscolo, 9 all'anno in Nuova Zelanda, 15 in Giappone, 30 in Gran Bretagna, 109 in Canada, contro i 30.708 negli Stati Uniti, tra omicidi, suicidi e morti accidentali, spesso di bambini in casa. Una cifra annuale, questi 30 mila, che sfiora il totale dei soldati caduti nei tre anni di guerra in Corea (33 mila) e avvicina il numero complessivo dei morti nei 15 anni di conflitto in Indocina, 58 mila».

Intanto il Parlamento (a maggioranza democratica) della Florida (lo Stato il cui governatore è Jeb Bush, fratello del più noto George W.) ha autorizzato l'uso delle armi da fuoco nel caso in cui ci si senta minacciati. Insomma, dalla legittima difesa al legittimo (?) sospetto. E la National Rifle Association gongola.

(citazione da Vittorio Zucconi, "Licenza d'uccidere" in Florida la guerra al crimine di Jeb Bush, in La Repubblica, 28 aprile 2005)

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martedì, 30 novembre 2004

Calo delle imposte. Quale calo?

Secondo la Relazione Tecnica all'emendamento fiscale del governo depositata al Senato lo sbandierato calo dell'Irpef interesserà solo il 40,7 per cento dei contribuenti. Cioè 15,6 milioni di persone che avranno in media un risparmio di 369 euro (ossia un euro al giorno). Ora, tenendo conto che alcuni fortunati (quelli che guadagnano di più) avranno risparmi anche di decine di migliaia di euro, se ne deduce che per la stragrande maggioranza di quel 40,7 % di fortunati contribuenti il risparmio non basterà neppure a prendere un caffè al bar ogni giorno.

Ma continuiamo con i dati della Relazione tecnica del governo: per il 59,3 per cento dei cittadini, circa 22,7 milioni, «non si manifestano modifiche di prelievo». Ci saranno anche 13 mila contribuenti (0,03 per cento) «sfavoriti» con un «aggravio medio di imposta pro-capite pari a circa 50 euro».

E questo senza parlare delle conseguenze (anche in termini di diminuzione di servizi) che subiremo tutti.

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venerdì, 19 novembre 2004

Il Grande Fratello legge anche questo blog?

Se oggi si sentono le due paroline "grande fratello" la stragrande maggioranza degli italiani (ma anche quella dei cittadini di tanti altri Stati) pensa immediatamente ad una trasmissione televisiva non particolarmente intelligente. O meglio, l'unica cosa intelligente mi pare essere mi pare essere appunto il titolo che richiama il grande fratello di orwelliana memoria. Già, perché fino a qualche anni fa "grande fratello" faceva pensare ad inquietanti panorami. Inquietanti per la libertà, inquietanti per la democrazia. Ed è di questo grande fratello - che tutto ascolta, che tutto vede, che tutto controlla - che oggi vogliamo parlare.

Già, perché in Italia oggi è in funzione «l'Orecchio Elettronico più avanzato (...) d'Europa». Si chiama Enigma e «intercetta tutto, dalle voci alle telefonate agli sms agli mms alle mail ai siti Internet, tutto digitalizzato, tutto caricato su un disco fisso con copia di backup a tutela dalle manipolazioni, tutto immediatamente riversabile a poliziotti e magistrati nei loro uffici a poche decine di metri o a centinaia di chilometri di distanza, flussi di dati criptati che viaggiano su linee dedicate con password d'accesso ai due lati. Tutto in grado di essere frugato con i motori di ricerca».

«il business (...) delle intercettazioni in Italia è un mercato florido e che non conosce crisi, anzi si espande sempre di più. Il cliente è uno solo, lo Stato, l'unico che può (almeno ufficialmente) violare la riservatezza dei suoi abitanti.
E lo Stato esercita questo diritto con larghezza. I dati sono impressionanti. Per l'importo: ogni anno vengono spesi oltre 300 milioni di euro. E soprattutto per il numero di intercettazioni, che non è ufficialmente noto ma che si può desumere con buona approssimazione incrociando i bilanci dello Stato con quello degli operatori telefonici. Da questa analisi, si desume che la sola Telecom - che gestisce circa il 70 per cento dei telefoni fissi - intercetta ogni anno almeno centomila utenze: è come se una città di media grandezza venisse spiata per intero. Ancora più notevoli i dati sulle intercettazioni dei telefonini. La sola Tim (che controlla circa il 36 per cento della telefonia mobile) intercetta ogni anno almeno 140 mila linee, fornisce alla magistratura almeno 120 mila tabulati (cioè l'elenco completo delle chiamate fatte o ricevute da un telefonino) e addirittura due milioni di "anagrafici", cioè di certificati che rivelano a chi è intestata una data utenza. Tenendo presente che Tim ha circa 23 milioni di utenti, significa che quasi il 10 per cento dei suoi abbonati ha ricevuto le attenzioni della magistratura. A questi dati vanno aggiunte le percentuali (che si ritiene siano simili a quelle di Tim) da calcolare sui 21 milioni di utenti Vodafone, i 9 milioni di utenti Wind e i 3 milioni di utenti 3. Una stima intorno alle 400 mila utenze tenute sotto controllo ogni anno è dunque realistica. Sono numeri imponenti, che fanno dell'Italia il paese più intercettato d'Europa. E la tendenza è a crescere: nel nuovo tariffario preparato dal governo è previsto l'obbligo per i gestori telefonici di attrezzarsi per intercettare in contemporanea fino allo 0,1 per cento delle utenze, cioè 56 mila telefonini.
Complessivamente, il mercato delle intercettazioni telefoniche assorbe qualcosa meno di 150 milioni di euro. Il resto del budget del Grande Orecchio se ne va nell'altro grande capitolo di spesa: le intercettazioni ambientali. Anche qui l'unico cliente è lo Stato, attraverso la magistratura. Ma a spartirsi la torta non sono soltanto quattro operatori, come nei telefoni, bensì una quantità di agenzie private specializzate nel settore, che operano su appalto delle procure. Sono un centinaio di agenzie in tutta Italia, e forniscono ai pubblici ministeri il servizio completo: dal "chiavaro" che scassina la porta di un appartamento o di un'auto, al tecnico che piazza la "cimice", al noleggio della microspia, al registratore digitale che incide le conversazioni, al tecnico che le ascolta e le trascrive».

(le parti virgolettate sono tratte da Luca Fazzo, Il Grande Orecchio ci ascolta siamo noi i più spiati d'Europa, in La Repubblica, 17 novembre 2004)



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domenica, 07 novembre 2004

Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte (all'estero)

Se qualcuno io chiedessi a un gruppo di industriali di ridurre i propri guadagni, secondo voi cosa mi risponderebbero?
Verosimilmente mi riderebbero in faccia o, se va bene, mi ignorerebbero.
Se glielo chiedesse Sirchia?
Beh, forse in faccia non gli riderebbero (nonostante tutto è pur sempre un ministro), ma dubito che i risultati sarebbero diversi. Eppure, a leggere i giornali, a sentire i tg, pare che il ministro sia riuscito nell'impresa prima con i vaccini anti-influenzali, poi con il latte in polvere. Ora - galvanizzato - ci vuole provare con i farmaci che sono a totale carico del consumatore.
Beh, non è colpa mia ma continuo a credere - come pare disse Andreotti - che a pensar male si fa peccato ma spesso si indovina e così ho cercato di saperne di più. Ad esempio sul latte in polvere si scopre che...

«continuerà a costare molto di più che negli altri paesi europei, ma i produttori praticheranno uno sconto del 25-35% in cambio del quale il governo di fatto si adopera per allargare il loro mercato, incentivando la prosecuzione del consumo del suddetto latte fino ai dodici mesi di vita del neonato, e aiutando la riduzione delle spese per pubblicità delle case produttrici. "È un passo importante", canta vittoria il ministro, secondo il quale "di più non si poteva scendere, perché in Italia la distribuzione è capillare". "Abbiamo riportato il costo del latte artificiale a quello effettivo", si sbilancia addirittura il sottosegretario alle Attività produttive Dell'Elce. Salute e Attività produttive (intese come ministri) a braccetto vareranno in tempi brevi il decreto che vieta gli sponsor in ospedali e Asl e riduce il numeri degli "eventi scientifici" (leggi: pseudoconvegni promozionali) per i pediatri. "È uno spot per il ministro e per il latte artificiale", accusa l'assessore alla sanità della regione Toscana, che ha di recente siglato un protocollo con l'Unicef grazie al quale la Toscana acquisisce il titolo di "amica dei bambini" e il latte artificiale torna a essere un prodotto somministrato gratis ma solo per stretta necessità, ossia quando l'allattamento al seno sia impossibile o sconsigliabile. Secondo i dati elaborati dall'istituto Mario Negri di Milano il costo al chilo del latte in polvere in Italia è in media 37,7 €: circa il doppio rispetto a paesi come la Spagna (19,6 €), la Francia (18,9 €), la Gran Bretagna (18,6 €) e la Germania (18,2 €). Dunque, prima dell'annuncio di [martedì scorso], eravamo in media a prezzi superiori del 100% rispetto ai paesi confinanti e vicini. Con la decisione di ieri, il differenziale italiano nei prezzi del latte in polvere rispetto agli altri paesi resterebbe comunque nell'ordine del 50-60%. Perché? Le case produttrici lamentano la capillarità e la costosità della rete italiana: troppi pediatri da "informare", congressi da sponsorizzare, reparti da rifornire, i tanti punti vendita, l'Iva. Un sovraccosto che però studi indipendenti hanno valutato essere non superiore al 4-5%. Evidentemente Chiesi, Dicofarm, Guigoz, Humana, Mead Johnson Nut, Midifood, Mellin, Milté Italia, Milupa, Nestlé, Nutricia, Plada Industriale, Sicura, Sterilfarma e Syrio Pharma - le aziende convocate ieri al ministero - hanno convinto Sirchia del fatto che i loro costi sono proibitivi, e così è spuntata una riduzione del 25-35%. Secondo Sirchia, a questo punto "sono superati i problemi con l'Antitrust", che ha in corso un'istruttoria e che già nel 2000 aveva multato per attività lesiva della concorrenza i principali produttori di latte in polvere. No comment dall'Authority di Tesauro: il nostro lavoro continua, fanno però sapere.

In cambio dello sconticino, le multinazionali del latte avranno l'abbattimento dei costi per la «promozione» del latte, a partire dai regali che venivano con regolarità fatti ai reparti pediatria di Asl e ospedali. Regali che però già violavano le direttive dell'Organizzazione mondiale della sanità, che nel "Codice internazionale sul marketing dei prodotti sostitutivi del latte naturale" vietava alle aziende di fare pubblicità negli ospedali, di dare visibilità alle marche, di fare omaggi; e che erano già stati oggetto di una circolare da parte del predecessore di Sirchia, Umberto Veronesi, la numero 16 del 24 ottobre 2000: in essa, invitando gli assessorati alla sanità ad adoperarsi per favorire l'allattamento al seno, il ministro chiedeva agli assessori di vigilare affinché il latte artificiale "fosse acquistato in condizioni di trasparenza e correttezza".

"Questo è il rapporto da recidere, il punto su cui intervenire", tuona Enrico Rossi, assessore per il diritto alla salute della regione Toscana, secondo il quale invece quello di [martedì scorso] "è solo uno spot per il latte artificiale". Proprio [martedì] la sua giunta ha varato una delibera che vieta gli omaggi e impone a Asl e ospedali di comprare il latte in polvere "per via economale". Inoltre "per i soli casi in cui sia davvero necessario, ossia sia sconsigliabile o impossibile per motivi sanitari l'allattamento al seno materno", il latte in polvere in Toscana sarà dato gratis per sei mesi.

Non sarà una spesa eccessiva, se si guarderà alla effettiva necessità: "Il 90% delle mamme potrebbe allattare al seno", dice Franco De Luca, pediatra di comunità e presidente del Centro Nascite Montessori di Roma, che dirotterebbe volentieri "fondi e risorse e impegno" del ministero della salute in questa direzione. "A quel punto quello del latte artificiale sarebbe un settore minimo, il sistema sanitario potrebbe anche darlo gratis, acquistandolo con oculatezza", dice De Luca, che nega anche i presupposti dell'altra campagna che il ministro Sirchia si accinge a fare, quella a favore della prosecuzione del latte artificiale il più a lungo possibile, fino al compimento di un anno: "Non esiste evidenza scientifica del fatto che, dopo il quarto mese di vita, il latte vaccino faccia male al bambino".»

(le parte virgolettate sono di Roberta Carlini, Latte, uno spot artificiale, in il manifesto, 3 novembre 2004)











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domenica, 26 settembre 2004

Morti su morti

«I soldi per la lotta all'Aids non ci sono: e non solo perché l'economia non brilla e lo Stato taglia le spese dove può. Ma soprattutto perché i fondi destinati sono in parte già stati spesi per altri "impegni inderogabili assunti nel corso dell'anno", primo fra tutti la missione in Iraq. Si riassume così la vicenda del mancato finanziamento 2004 da parte dell'Italia al Fondo globale per la lotta all'Aids e alla Tubercolosi, organismo che gestisce e coordina sotto le insegne delle Nazioni Unite la lotta mondiale contro l'Aids e che proprio dall'Italia e dal presidente del consiglio Silvio Berlusconi fu fortemente voluto e istituito nel G8 del 2001 a Genova.
Proprio al Fondo, che di quel vertice fu considerato dalla presidenza italiana il massimo successo, Roma sta facendo mancare il suo sostegno, nonostante l'impegno ribadito di fronte al mondo nel G8 dello scorso anno ad Evian, in Francia. E in un momento in cui sull'impegno italiano nel mondo la Farnesina sta giocando la partita per ottenere un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell'Onu.
La vicenda ha radici lontane: nel 2001 l'Italia, insieme agli altri membri del G8 e ad altri paesi che hanno successivamente aderito, si è impegnata a versare il proprio contributo - pari a 100 milioni di dollari annui - nelle casse del Fondo Globale, che li avrebbe poi destinati ai paesi dove la lotta contro l'Aids è più difficile. L'impegno è stato rispettato con puntualità nel 2002 e nel 2003: non nel 2004. Alla prima scadenza - 31 luglio - Roma è stata l'unico fra i paesi donatori a non versare la propria quota: e si avvia verso un triste bis alla seconda scadenza, quella del 30 settembre, considerata fondamentale a Ginevra. È in base ai soldi arrivati a quella data infatti che gli Stati Uniti versano il proprio contributo, che non può superare 1/3 del totale versato dagli altri paesi. Se non ci saranno i 100 milioni italiani dunque il totale sarà più basso e più basso il contributo americano: un danno ulteriore stimato in 40 milioni di dollari.
A impedire il pagamento è stato il disegno di legge sull'assestamento del Bilancio dello Stato in discussione alla Camera. In pratica, dovendo far quadrare i conti, il ministro del Tesoro Domenico Siniscalco ha tagliato tre capitoli di spesa del ministero degli Esteri per un totale di 250 milioni di euro. Nel primo - il 2180 - erano compresi i 100 milioni di dollari del Global fund: gli altri due contenevano invece i finanziamenti per gli organismi multilaterali - Nazioni Unite in primis - e per le organizzazioni non governative.
...
Se poi, in extremis, il governo si muovesse con un provvedimento autonomo e Roma riuscisse a saldare il debito entro dicembre - in modo da non risultare insolvente per il 2004 - resterebbe il danno dovuto alla perdita dei soldi americani. Comunque vada insomma, per colpa del ritardo italiano la lotta all'Aids potrà contare nel 2004 su una cifra compresa fra i 40 e i 140 milioni di dollari in meno. Per capire gli effetti "reali" di ciò, basta un calcolo: la terapia anti-retrovirale annuale per un malato di Aids nei paesi in via di sviluppo costa fra i 250 e i 600 dollari. Far mancare milioni di dollari significa condannare a morte migliaia di persone».

(Francesca Caferri, L'Italia tagli i fondi per l'Aids. Sono troppe le spese in Iraq, in la Repubblica, 26 settembre 2004)






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sabato, 25 settembre 2004

Tu lo chiami solo un vecchio sporco imbroglio ma è uno sbaglio è petrolio

I primi dieci paesi per riserve di petrolio nel 2004
Arabia Saudita: 23%
Iran: 11%
Iraq: 10%
Kuwait: 9%
Emirati Arabi Uniti: 9%
Venezuela: 7%
Russia: 6%
Stati Uniti: 3%
Libia: 3%
Nigeria: 3%
Resto del mondo: 16%

I primi dieci paesi consumatori di petrolio nel 2003
Stati Uniti: 32%
Cina: 9%
Giappone: 8%
Germania: 4%
Russia: 4%
India: 4%
Corea del Sud: 3%
Canada: 3%
Brasile: 3%
Francia: 3%
Resto del mondo: 27%

I primi dieci paesi produttori di petrolio nel 2003
Arabia Saudita: 13%
Russia: 11%
Stati Uniti: 10%
Iran: 5%
Messico: 5%
Cina: 4%
Norvegia: 4%
Canada: 4%
Emirati Arabi Uniti: 3%
Venezuela: 3%
Resto del mondo: 38%

Prendiamo queste cifre (tratte da O&G - Word Oil and Gas Review) confrontiamole ed avremo un sacco di interessanti spiegazioni.
Gli Stati Uniti possiedono il 3% delle risorse petrolifere ma consumano il 32% (cioè undici volte di più) e nel 2003 hanno estratto il 10% del petrolio mondiale. Quindi la differenza tra consumo e riserve aumenta sempre più. In altre parole la dipendenza degli Stati Uniti dal petrolio estero aumenta di anno in anno.
Ecco perché il feroce Saddam Hussein, nonostante gasasse i curdi, era un amico degli americani quando combatteva contro il komeinista (e antiamericano) Iran, mentre è diventato un nemico dopo l'invasione del Kuwait. Ecco perché il laico Saddam Hussein era un dittatore che andava fermato e perché è invece democratica l'Arabia Saudita dove le donne non possono guidare le automobili. Ecco perché l'appoggio degli Stati Uniti all'opposizione venezuelana al legittimo governo di Chavez.
E si potrebbe continuare...

(dati tratti dalla rivista trimestrale di Emergency che riporta i dati pubblicati su O&G - Word Oil and Gas Review)





































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sabato, 11 settembre 2004

Ubi solitudinem faciunt pacem appellant

«Diecimila iracheni morti dall'inizio del conflitto, il 19 marzo del 2003, solo a Baghdad, contro i mille americani caduti. Il drammatico dato è stato reso noto proprio nel giorno in cui le perdite americane hanno superato il migliaio. Il registro dei decessi, presso la clinica Sheikh Omar, fino a ieri comprendeva 10.363 nomi. Si tratta di decessi causati da bombardamenti, da scontri tra truppe americane e iracheni, da cosiddetti «danni collaterali», ma anche delle vittime degli attentati e di altre violenze. Sono escluse le morti naturali. Oltre diecimila morti nell'area della capitale, ma se si prendendo in considerazione le altre diciassette province - di cui non si hanno dati certi - si arriva sicuramente a decine di migliaia di vittime, 30.000 secondo Human rights organization, si azzarda il calcolo di 30 morti iracheni per ogni militare americano ucciso. E la lista si allunga ogni giorno»

(da G. S., 30mila morti iracheni, il manifesto, 10 settembre 2004)

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domenica, 15 agosto 2004

Olimpiadi, che tormentone

«I giochi tornano a casa con un pò di ritardo: avrebbero dovuto svolgersi in Grecia otto anni fa, in occasione del centenario delle prime Olimpiadi ospitate da Atene nel 1896, ma in quel caso finirono ad Atlanta per volontà della Coca Cola, uno degli sponsor più influenti dei cinque cerchi; quattro anni dopo, comprati col voto compiacente di alcuni membri del Comitato olimpico internazionale, volarono a Sydney; oggi finalmente, dopo mille accidenti e sofferenze, fanno ritorno in Grecia, là dove l'olimpismo nacque nel 776 a.c. come festa quadriennale in onore degli dei e del re Enomao e dove il barone francese Pierre De Coubertin li riportò in vita dopo che l'imperatore Teodosio li aveva aboliti nel 391 d.c. in quanto riti pagani contrari alla religione cattolica. Alla grande festa del villaggio globale parteciperanno, nei prossimi 17 giorni, 10500 atleti provenienti da 202 paesi di tutto il mondo: ad Atene, nella prima edizione, le nazioni presenti erano appena 14. Tornano a giocare, dopo anni di guerra infinita e di tormenti, l'Afghanistan e l'Iraq. Lo faranno per la prima volta Timor Est e l'Isola di Kiribati. In palio 3390 medaglie: in cambio di un oro il paese ospitante pagherà i propri atleti fino a 190mila euro, la Cina non più di 15mila.
...
Con i suoi 11 milioni di abitanti la Grecia è il paese più piccolo del dopo guerra, dopo la Finlandia, ad ospitare i giochi. Di fronte alla minaccia del Cio di spostare altrove lo storico appuntamento, i lavori per la costruzione degli stadi e delle infrastrutture pubbliche promesse partirono con grave ritardo nel 2000, costringendo gli organizzatori a una affannosa corsa contro il tempo che si è conclusa soltanto negli ultimi giorni. ... il prezzo pagato a questa corsa a 100 all'ora verso la storia è altissimo. Non tanto in termini economici, che con una spesa complessiva che sfiora i 10 miliardi di euro (il budget iniziale era la metà) verrà pagato in tasse dalle prossime tre generazioni di cittadini greci. Quanto, piuttosto, in termini di vite umane. Perché nei cantieri polverosi di Atene che ancora affiorano qua e là, hanno perso la vita molti, troppi lavoratori. Quasi tutti provenienti dall'Albania, dall'Europa dell'est e dall'Asia, quasi tutti in nero. Cosa che rende difficile un conteggio esatto: per gli organizzattori le morti bianche sono state 14, "cose che capitano in tutto il mondo" secondo il presidente del Comitato olimpico greco Lampis Nikolau. Per il sindacato dei lavoratori edili invece, che ha denunciato condizioni di sicurezza insufficienti, orari di lavoro insostenibili e minacce di licenziamento in caso di protesta, i morti sarebbero una quarantina. A Sydney 4 anni fa, secondo le stime ufficiali, perse la vita un solo operaio.
...
La sicurezza è la preoccupazione maggiore delle prime olimpiadi dopo l'11 settembre. Nell'antica Grecia per celebrare i giochi veniva dichiarata una tregua olimpica che fermava ogni conflitto. Dopo le Torri gemelle sono rimasti solo il papa e l'Onu a chiedere che si corra e si giochi in nome della pace. Il budget per la sicurezza (1,23 miliardi di euro) è il triplo di 4 anni fa a Sydney e per sentirsi più sicuro il governo greco ha chiesto aiuto anche alla Nato, che garantirà il controllo dello spazio aereo, dei mari e la protezione contro eventuali attacchi nucleari e biochimici. Atene è sorvolata da un dirigibile che tutto vede e tutto controlla, ha zone rosse un po' ovunque ed è stata disseminata di telecamere e microfoni che avrebbero fatto felici i colonnelli e che, nonostante le proteste dei cittadini, resteranno anche dopo la fine di giochi.
Il nuotatore americano Michael Phelps proverà a eguagliare i sette ori olimpici conquistati da Mark Spitz ai giochi di Monaco nel `72. L'australiano Ian Thorpe, il nostro Rosolino e un po' di connazionali a stelle e strisce cercheranno di mettergli i bastoni tra le ruote. Lo sponsor personale di Phelps gli ha promesso in cambio del record un milione di dollari. Ma non c'è scandalo. Diversi atleti hanno rinunciato alle Olimpiadi per non fare torto ai marchi che campeggiano sui loro corpi tutto l'anno e che in occasione dei giochi vengono sostituiti da quelli scelti dai Comitati olimpici nazionali. Dodici anni fa, a Barcellona, Michael Jordan guidò il primo Dream Team della storia alla conquista dell'oro ma al momento di salire sul podio, pur di non mostrare il logo rivale della sua malefica virgola rovesciata, si avvolse nella bandiera americana e così conciato si fece premiare. Gli sponsor di Atene 2004 però sono andati oltre, costringendo gli organizzatori a introdurre nuove regole che vietano agli spettatori di presentarsi allo stadio con vestiti recanti il marchio di multinazionali diverse da quelle ufficiali: la restrizione si applicherà solo a gruppi di persone per evitare quello che il Comitato organizzatore ha definito chissà con quale coraggio un "colpo di stato commerciale alle Olimpiadi". La punizione sarà l'espulsione dagli stadi. Amnesty International ha denunciato le nuove regole come un mezzo per limitare la libertà di espressione e le dimostrazioni politiche».

(da Matteo Patrono, Il sirtaki coi cinque anelli, il manifesto, 13 agosto 2004)






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lunedì, 09 agosto 2004

Esodi

Il 7 agosto a largo di Siracusa è stato avvistato un barcone lungo 14 metri con 75 persone a bordo. Una è morta durante i soccorsi per collasso cardiocircolatorio. Secondo le ricostruzioni degli inquirenti durante la navigazione ci sarebbero stati altri 25 (forse 27) morti, buttati poi in mare dai sopravvissuti. Ognuno aveva pagato una cifra tra gli 800 e i 1800 dollari. Il Ministro leghista Calderoli sostiene che «l'ondata di sbarchi di clandestini di questi giorni rappresenta l'ennesima possibilità di ingresso o rinforzo di cellule eversive» e che quindi «vanno cambiate urgentemente le "regole di ingaggio" degli uomini deputati al controllo dei nostri mari e delle nostre coste»; un modo appena più educato (ed ipocrita) di quello usato dallo stesso Calderoli qualche anno quando sostenne apertamente che bisognava sparare per affondare le barche.
Nelle stesse ore si stima che fossero 9 milioni gli italiani che si spostavano per le loro vacanze.

(i dati sono comparsi su tutta la stampa quotidiana)


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martedì, 27 luglio 2004

Niente auguri di compleanno

Di numeri nello scritto che segue non ce ne sono molti. Ma quei pochi sono numeri che fanno riflettere.

«Sessantanni di disastri. È ora di voltare pagina»
ALEX ZANOTELLI
La Banca Mondiale compie 60 anni. Padre Alex Zanotelli lancia un appello al presidente James Wolfensohn e al direttore esecutivo Italiano Biagio Bossone.

Gentile dott. Wolfensohn e dott. Bossone, nel giorno del sessantesimo compleanno della Banca mondiale mi rivolgo a Lei, ed ai rappresentanti italiani nell'istituzione che Lei dirige. Il mio non è un biglietto di auguri. Vorrei ricordarvi quali sono le responsabilità e le cose che ci si aspetta da una istituzione che raggiunge questa età.
La Banca mondiale investe 30 miliardi di dollari l'anno con il mandato specifico di alleviare la povertà e avrebbe tutto il potenziale di creare con questi soldi servizi sanitari, educativi, programmi agricoli ed infrastrutture adeguate per i più poveri del mondo. Invece mi accorgo con rammarico che continua a finanziare progetti energetici di sfruttamento dei combustibili fossili nei paesi poveri, spesso condotti dalle multinazionali più ricche del mondo, come la Shell o la BP o l'Agip, che hanno dimostrato nel corso degli ultimi decenni di non avere alcun impatto sulla lotta alla miseria. Più dell'80% dell'energia prodotta, con i prestiti della Banca ai governi o direttamente alle imprese, è infatti esportata, usata dai paesi ricchi, inclusa l'Italia. Non serve ai poveri! Forse ancora più grave è il fatto che i soldi investiti dalla Banca in questo settore hanno lasciato una scia di disastri ambientali e sociali enormi, dalle fuoriuscite di cianuro in Perù o Kyrghizistan alle espropriazioni delle terre e l'inquinamento delle scarse risorse acquifere nei progetti petroliferi del Ciad. Gli esempi abbondano. Sessant'anni dovrebbe essere l'età della saggezza. La Banca Mondiale invece sta ostinatamente recitando ancora il mantra della «crescita economica» ai critici delle sue politiche sostenendo che i progetti petroliferi o minerari aiuteranno inevitabilmente i poveri. Ma non è stato ormai dimostrato che 1.5 miliardi di persone, nei 50 paesi al mondo, dipendenti maggiormente da petrolio, gas e miniere, vivono con meno di 2 $ al giorno? Perché la Banca Mondiale non vuole trarre le dovute conseguenze dai dati degli ultimi 40 anni che rivelano che paesi del Sud del mondo con poche risorse naturali hanno visto una crescita due o tre volte maggiore di quelli ricchi di risorse?
Sono constatazioni che prendo dal rapporto Extractive industry review (Eir), preparato dall'autorevole Emil Salim, frutto di tre anni di ricerche e analisi in tutto il mondo, anche con il coinvolgimento della società civile internazionale e delle popolazioni colpite dagli effetti disastrosi dei progetti.
Le raccomandazioni di questo rapporto sono a mio giudizio un'opportunità immensa per bloccare una volta per sempre i finanziamenti da parte della Banca per l'estrazione di petrolio e carbone a vantaggio soltanto delle grandi multinazionali e dei consumatori del nord del mondo e potenziare invece i finanziamenti necessari per progetti reali di lotta alla povertà.
Questo rapporto dimostra oggettivamente che la Banca non ha portato sviluppo quando ha investito solo sui combustibili fossili, ma ha creato più povertà, debito e conflitti.
Nei suoi 60 anni di attività la Banca mondiale ha sostenuto compagnie petrolifere con un passato equivoco ed in paesi a regimi dittatoriali. In paesi con scarsa democrazia, nessuna trasparenza e poco rispetto per i processi legali, investire in petrolio, gas e progetti minerari ha portato pochi benefici ai poveri, ma anzi ha aggravato la loro situazione. Mi preoccupa molto la paurosa distruzione dell'ambiente che i progetti promossi dalla Banca provocano. E questo è strettamente legato alla crescente pauperizzazione. Lo hanno capito le migliaia di sfortunati che ogni giorno muoiono vittime di progetti di sviluppo sbagliati. Perché, a sessant'anni, la Banca mondiale si ostina a non capirlo?
Dall'anno della firma della Convenzione sul clima (1992) non è diminuita infatti la percentuale di risorse finanziarie dei paesi del Nord - finanziatori della Banca mondiale - che confluiscono nel settore estrattivo.
Ma i poveri non sono i più vulnerabili ai cambiamenti climatici? So che numerosi studi sostengono che un innalzamento della temperatura di più di due gradi al di sopra delle medie del periodo pre-industriali avrà rischi maggiori sui poveri. Non si tratta di impedire ai paesi poveri di usare le loro risorse. Credo che petrolio, gas e miniere non siano prodotti fini a se stessi, ma mezzi per provvedere energia nella lotta contro la miseria. E se questo non avviene la Banca mondiale deve ripensare tutto il modello di sviluppo.
Sessant'anni di disastri, pagati soprattutto dai poveri, sono più che sufficienti! Forse la raccomandazione più importante del rapporto è che la Banca mondiale dovrà ridurre progressivamente fino all'annullamento, gli investimenti nella produzione petrolifera entro il 2008, ed eliminare fin d'ora i sussidi per il carbone. La Banca dovrà devolvere parte di queste risorse finanziarie liberate a favore di investimenti per le energie rinnovabili, progetti di riduzione delle emissioni di gas, investimenti in tecnologia pulita e in conservazione dell'efficienza energetica. Il mercato mondiale riceverà così un segnale importante che i soldi della più grande agenzia di sviluppo al mondo non andranno più a finanziare le grandi imprese petrolifere multinazionali.
I paesi ricchi e finanziatori della Banca mondiale, come l'Italia, devono invertire la rotta di 360 gradi e iniziare a premiare quei paesi che rispettano i diritti l'ambiente - condizioni essenziali per una vera lotta alla povertà - e non coloro che chiedono garanzie finanziarie per coprire il rischi con soldi pubblici.
Sessant'anni è il momento giusto per fare un bilancio. O oggi la Banca inizia a diventare più saggia e a imparare dai disastri del passato, o è meglio che vada in pensione. Centinaia di organizzazioni, movimenti di base, religiosi, parlamentari che in tutto il mondo chiedono alla Banca mondiale ed ai suoi direttori esecutivi di adottare le raccomandazioni del rapporto Eir. È questione di vita o di morte per due miliardi di uomini e donne che non hanno futuro!

(l'articolo di Padre Alex Zanotelli è pubblicato su il manifesto del 27 luglio 2004)















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venerdì, 16 luglio 2004

Quando la guerra continua ad uccidere

Il 13 luglio è morto, di leucemia, a 27 anni Luca Sepe. Fin qui una storia tragica ma che non sarebbe finita sotto i vostri occhi se Luca Sepe non fosse un militare, se non avesse scoperto di essere ammalato al ritorno da una missione nei Balcani, se nei Balcani non fosse stato usato uranio impoverito. Con lui salgono a 27 i morti, mentre gli ammalati sono ben 267; un numero decisamente molto più alto di quel che ci si sarebbe aspettato secondo i dati ISTAT esaminando un campione di popolazione così ristretto.
Ma vediamo la questione per gradi. L'uranio si trova in natura in una miscela di 3 isotopi l'U-238 (circa 99,28%), U-235 (0,71%) e poi l'U-235. Per le testate atomiche, così come per alcuni tipi di centrali nucleari, occorre aumentare la percentuale di U-235 che, così separato (ma con percentuali degli altri 2 isotopi), prende il nome di uranio arricchito mentre quello che resta dopo tale processo è il cosiddetto uranio impoverito che comunque conserva oltre lo 0,3% di U-235; infatti il procedimento di arricchimento è molto costoso e, al di sotto di un certo limite, è economicamente preferibile usare altro uranio naturale.
L'uranio - come tutti gli elementi radioattivi - alla fine si trasforma naturalmente in piombo (processo di decadimento) ma per raggiungere questo stadio occorrono tempi lunghissimi. Gli scenziati parlano di tempi di dimezzamento ossia dei tempi necessari perché una certa quantità di un elemento radioattivo si traformi per metà in piombo. Questi tempi sono di 247.000 anni per l'U-234, di 710.000.000 di anni per l'U-235 e di 4.510.000.000 di anni per l'U-238. In altre parole affinché 8 chili di uranio U-238 si trasformino in un chilo di uranio e in piombo occorrono circa 18 miliardi di anni. Durante la trasformazione l'uranio, così come gli altri elementi chimici transuranici, emette radiazioni.
Gli Stati Uniti, secondo stime risalenti al 1999, possedevano 739.000 tonnellate di uranio impoverito e questo significa, per un verso, costi elevati per il suo stoccaggio e, per altro verso, pericoli - comunque sempre presenti - di contaminazioni radioattive. Per (loro) fortuna però l'uranio impoverito si presta a vari impieghi. 
Tra gli usi civili va segnalato quello di contrappeso negli aerei. Un Boeing 747 ne contiene fino 1500 kg. Di solito questo uso non presenta particolari pericoli ma, si sa, anche gli aerei subiscono incidenti. Ad esempio, il boeing precipitato il 4 ottobre 1992 alla periferia di Amsterdam usava come contrappesi 282 kg di uranio impoverito. Ne vennero recuperati solo 130 kg. Gli altri sono stati in parte polverizzati e quindi si sono depositati sulla zona e sono venuti in contatto con gli abitanti e i soccorritori.
Poi ci sono gli usi militari. L'uranio impoverito, opportunamente trattato e in lega con altri metalli, viene usato nelle munizioni anticarro e nelle corazzature di certi sistemi d'arma. Le sue qualità fisiche infatti permettono una maggiore resistenza agli impatti e questo significa che un carro armato rivestito con una corazza contenente uranio impoverito resiste ai proiettili meglio di una corazza tradizionale e, al contrario, un proiettile anticarro fabbricato con uranio impoverito ha una penetrazione decisamente maggiore ad un proiettile anticarro normale. A dire il vero, l'uranio potrebbe essere sostituito da tungsteno monocristallino che ha prestazioni leggermente inferiori. Ma il tungsteno monocristallino costa molto di più dell'uranio impoverito (senza tener conto di ragioni di carattere politico: metà del tungsteno monocristallino usato negli Stati Uniti viene attualmente importato dalla Cina).
Il problema dell'uranio impoverito è però la sua altissima tossicità e qui ritorniamo al punto da cui eravamo partiti. Nell'impatto tra un proiettile con uranio impoverito e un carro armato avversario, dal 20 al 70% dell'uranio brucia e si ossida in piccole particelle. In altre parole un proiettile all'uranio impoverito di 120mm quando impatta contro un corazzato libera nell'aria «tra 2 e 7 libbre (0.9 - 3 kg) di polvere di uranio radioattiva ed altamente tossica». Quest'uranio in sospensione si deposita in gran parte (ma non del tutto) in un raggio di 50 metri dal bersaglio. Pericolosi sono anche i proiettili che non colpiscono il bersaglio nel caso in cui perdano il rivestimento si ossidano rapidamente inquinando sia il suolo, l'aria, le falde acquifere e quindi attraverso le piante e gli animali possono entrare nella catena alimentare umana.
Tornando ai proiettili che colpiscono il bersaglio, secondo un memorandum inviato nel 1991 alle autorità militari statunitensi in golfo Persico dall'US Army Armament, Research, Development and Engineering Center (ARDEC) afferma: «l'aerosol di ossido di U.I. formatosi dall'impatto dell'Ui sulle corazze ha un'alta percentuale di particelle respirabili (dal 50 al 96%), e una percentuale apprezzabile di queste particelle sono facilmente solubili nei fluidi polmonari (dal 17 al 48%)».
Queste particelle - il cui diametro è di un centesimo di millimetro - una volta entrate nel corpo umano se solubili (dal 17 al 48%) entrano nel circolo sanguigno e vengono in minima parte espulse con le urine mentre per il restante si depositano nei reni, nel fegato e nelle ossa. Per quelle insolubili è anche peggio.
Da un manuale di addestramento statunitense: «La radioattività è l'emissione spontanea di particelle o di energia (radiazioni ionizzanti) da un atomo instabile, risultante dalla formazione di un nuovo elemento. La radiazione ionizzante è costituita di particelle alfa, beta e raggi gamma. Gli effetti sulla salute delle radiazioni ionizzanti dipendono dal tipo di radiazione e da se il materiale radioattivo si trovi dentro o fuori dal corpo. Le radiazioni alfa sono le più ionizzanti. Quando la particella alfa entra nel corpo i tessuti interni assorbono l'energia causando una distruzione massiccia delle cellule vicine alla particella. Per contro, i raggi beta e gamma sono più penetranti ma non causano tante ionizzazioni, apportando meno danni al corpo. L'Uranio Impoverito è primariamente un emettitore alfa, sebbene possano venire emesse anche particelle beta e raggi gamma dai suoi prodotti di decadimento radioattivi».
Gli effetti: a breve termine nausea, vomito, indebolimento e diarrea. A lungo termine gravi patologie tra cui: danni al fegato o ai reni, immunodepressione, cancro osseo, ai polmoni e ad altri organi, leucemia, decadimento dei tessuti, anemia, danni genetici, sterilità, difetti neonatali.
Secondo una lettera delle autorità militari NATO a Kofi Annan, in Kosovo sarebbero stati sparati circa 31.000 proiettili all'uranio impoverito, per un totale stimato di circa 8100-8500 kg di uranio.
In Bosnia i proiettili sarebbero stati 10-11.000 (per circa 2.700 kg di uranio).
Dubbi poi sussistono in merito ai missili Tomahawk. Non ci sono conferme sul fatto che quelli usati avessero una testata in uranio impoverito ma qualche dubbio viene dal fatto che un manuale di addestramento USA consiglia di tenersi ad almeno 100 metri di distanza dagli obiettivi colpiti da tali missili. In questo caso un singolo missile avrebbe tra i 200 e i 300 kg di uranio il che farebbe lievitare di molto i dati appena visti. Ad esempio in Bosnia ne furono ufficialmente sparati 13 il che significherebbe almeno raddoppiare la quantità di uranio disperso.
Dei probabili effetti sui militari abbiamo già accennato ma ben peggiore è la situazione delle popolazioni civili a favore delle quali, secondo la propaganda di guerra, tali conflitti si sono svolti.
Da un'inchiesta trasmessa in due puntate da Raitre nel dicembre 2003, apprendiamo che tra i 5.000 profughi serbi di Hadzici - località in cui sorgevano fabbriche serbe di armi bombardate con proiettili all'uranio arricchito nell'estate del 1995 si verificano 150 casi l'anno di leucemie e tumori. In alcune zone di Hadzici è stata misurata una radiottività di 120 microsievrt/ora; per dare un'idea, la radiottività sprigionata in un giorno è superiore a quella ritenuta con l'organismo umano in un anno. In tutta la Bosnia il numero dei tumori al cervello è aumentato del 400%.
Se queste sono le conseguenze di poche migliaia di chili di uranio impoverito, è facile immaginare quali saranno quelle che si verificheranno in Iraq. Nella prima guerra del golfo (1991) sono state usate tra le 300 e le 500 tonnellate di uranio impoverito. A Basra, nel 1991 nascevano 28 bambini malformati su mille, nel 1998 erano 78 e il numero è destinato a salire ancora negli anni a venire. Secondo un rapporto del 1995 dell'Atomic Energy Authority (l'agenzia britannica per l'energia atomica) l'uranio usato nel 1991 è sufficiente a causare "500.000 morti potenziali". Sono oltre 50.000 i soldati americani colpiti dalla cosiddetta "sindrome del golfo" di cui alcune migliaia già deceduti.
Nella guerra contro l'Iraq del 2003 si calcola che ne sia stata impiegata una quantità di uranio ben superiore: 1.800 tonnellate. Secondo il prof. Massimo Zucchetti, fisico nucleare del politecnico di Torino, questo impiego massiccio comporterà nei prossimi anni decine di migliaia di morti: effetti comparabili a quella della bomba atomica sganciata nel 1945 su Nagasaki.

(gran parte delle informazioni e dei dati sono tratti dal dossier sull'uranio impoverito di Peacelink e da alcuni articoli pubblicati su il manifesto del 14 luglio 2004)


















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lunedì, 12 luglio 2004

AIDS

Dell'AIDS e della sua diffusione in Africa avevamo già parlato. Ecco ora altre cifre fornite dall'Unaids, il programma delle Nazioni Unite per la lotta contro l'Aids.
38 milioni: le persone che vivono con il virus Hiv.
35 milioni: gli adulti colpiti dal virus Hiv.
25 milioni: le persone con il virus Hiv nell'Africa sub-sahariana.
20 milioni: le morti per Aids dall'inizio dell'epidemia, nel 1981.
18 milioni: i bambini orfani previsti in Africa entro il 2010.
17 milioni: le donne con Hiv.
12 milioni: i bambini orfani a causa dell'Aids in Africa.
4,8 milioni: le nuove infezioni avvenute nel 2003, di cui 4,1 milioni adulti e 630mila bambini.
2,9 milioni: le morti per Aids avvenute nel 2003, di cui 2,4 adulti e 490mila bambini.
2 milioni: i bambini con meno di 15 anni con Hiv.
14.000: le nuove infezioni che avvengono ogni giorno.
2.000: i bambini con meno di 15 anni che ogni giorno contraggono l'infezione.
15 milioni: i minorenni nel mondo (12 milioni nell'Africa subsahariana) che hanno perso uno o entrambi i genitori a causa dell'Aids.
i programmi di prevenzione raggiungono in media meno del 20% delle persone che ne hanno bisogno, mentre una prevenzione completa potrebbe evitare 29 milioni di casi di nuove infezioni sui 45 milioni previsti entro il 2010.
l'approvvigionamento attuale in profilattici rappresenta il 60% dei bisogni. Entro il 2015 si stima che 19 miliardi di profilattici saranno necessari per prevenire l'HIV e altre malattie sessualmente trasmissibili.
da cinque a sei milioni di persone hanno bisogno di una terapia contro l'HIV nei Paesi a basso e medio reddito, ma solo il 7% (400mila persone) vi aveva accesso alla fine del 2003.

(fonte: dati pubblicati da Repubblica, 11 luglio 2004)

















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domenica, 11 luglio 2004

Sotto le stelle di New York

«Nella città del sindaco miliardario Michael Bloomberg esplode il dramma dei senzatetto. Gli ultimi dati messi a disposizione dal dipartimento ai Servizi sociali indicano che negli ultimi sei anni il numero delle persone prive di fissa dimora è aumentato del 104 per cento. Ogni notte 36.500 persone dormono nei 50 centri di assistenza del comune, e di questi oltre 15mila sono bambini. Negli ultimi dodici mesi sono almeno 9mila le famiglie che hanno perduto la casa a New York, famiglie normali, di lavoratori che con la crisi sono rimasti disoccupati, e hanno finito quindi per ritrovarsi in mezzo a una strada.
Per quanto allarmante, la situazione fotografata dai dati ufficiali è solo una parte del problema. Le associazioni di volontariato spiegano che altre decine di migliaia di senzatetto sfuggono alle statistiche semplicemente perché si tengono alla larga dai dormitori comunali. Innanzitutto perché sono sovraffollati ed è quasi impossibile trovare un posto; ma anche per timore di essere aggrediti e derubati, perché gli episodi di violenza all'interno di queste strutture sembrano essere all'ordine del giorno.«Prima dell'11 settembre i senzatetto a New York erano circa 25mila - spiega Mary Brosnahan Sullivan, responsabile della Coalition for the Homeless - Da allora la situazione è andata peggiorando a un ritmo che forse nessuno prevedeva».

(fonte: Bruno Marolo, New York: col sindaco miliardario raddoppiati i senzatetto. Quindicimila sono bambini, in l'Unità, 10 luglio 2004)


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sabato, 10 luglio 2004

Fuoristrada? Fuori strada

Oggi parliamo di SUV (Sport Utility Vehicles) ossia di quei giganteschi fuoristrada che sempre più spesso vediamo in giro sulle nostre strade. In effetti, nei paesi ricchi - o «ad industrializzazione avanzata», come li definisce il dossier di Legambiente da cui abbiamo tratto alcuni dei dati che seguono - sono in forte aumento. «In Italia nel 1998 rappresentavano già il 2,6% delle nuove immatricolazioni. Nel febbraio 2004 sono arrivati al 5,47%». Negli Stati Uniti ormai i SUV costituiscono «il 20% del parco auto circolante e quasi il 50% delle vendite delle tre maggiori case automobilistiche del continente [...]: Ford, GM e Chrysler». Se ne producono e se ne vendono 3,5 milioni ogni anno. Se andate in giro ne vedrete tanti: belli lucidi, senza un granello di polvere, senza uno schizzo di fango. Infatti molti di questi SUV non mettono mai le ruote su un terreno accidentato come si può intuire dal fatto che ben 6 dei 10 modelli più venduti in Italia non possiedono le marce ridotte.
Non è il caso di fare un esame dettagliato dei SUV ma, brevemente, si può dire qualcosa sulla sicurezza (per i passeggeri, per gli altri automobilisti e per i pedoni) e sull'impatto ambientale.
Sicurezza. È il motivo principale con cui i possessori di SUV giustificano la loro scelta. Ma è una giustificazione che non regge all'esame dei dati.
Quattroruote (n. 575, pp. 62-75) ha effettuato una serie di prove che danno risultati tutt'altro che lusinghieri per i SUV. I 10 modelli più venduti hanno una tenuta media di 0,816 (se si esclude la BMV X5 che ha una tenuta dello 0,922, gli altri modelli arrivano al massimo a 0,845 fino al minimo di 0,770 della Hyundai Santa Fè). Ben più stabili le auto di categoria C: il test su dieci di queste ha dato una media di 0,983 (tra le auto testate il minimo è della Ford Focus - 0,949 - e il massimo della Peugeut 307: 0,998). In altre parole il peggior risultato di un'auto del segmento C è comunque superiore a quello ottenuto dal migliore tra i dieci SUV più venduti. Ne consegue una maggiore instabilità e un alto rischio di ribaltamento quando si tratta di evitare ostacoli improvvisi (la cosiddetta prova dell'alce). Tra i vari incidenti auto mobilistici i ribaltamenti sono particolarmente pericolosi perché «la probabilità di riportare ferite gravi è del 36% maggiore in incidenti con ribaltamento che non in incidenti senza ribaltamento». Negli Stati Uniti, ogni anno, su 100.000 conducenti di SUV ne muoiono 10-12 a causa dei ribaltamenti. I morti per ribaltamento sono il 19% per le auto normali e il 53% per i SUV (Ai ribaltamenti dei SUV è dedicato un intero sito). Non dissimili sono i risultati dei test di Quattroruote sullo spazio di frenata: sia sull'asciutto che sul bagnato questi per i SUV sono mediamente del 15-20% in più rispetto alle auto di categoria C. I motivi: baricentro alto, notevole peso e pneumatici che hanno «il fianco alto e cedevole».
Se quindi chi sta dentro un SUV non è più sicuro di chi sta in una normale automobile, ancor peggio va a chi si trova ad avere un "incontro ravvicinato" con un SUV. Secondo Quattroruote il conducente di una berlina che subisce un impatto laterale con un SUV ha una probabilità di morire 30 volte maggiore rispetto ad un impatto laterale causato da un'auto normale. Invece secondo «ricerche condotte dalla IIHS (Insurance Institute for Highway Safety, istituto di ricerche sulla sicurezza stradale finanziato dalle società di assicurazione USA) [...] nel caso di scontri laterali tra un SUV e un'auto normale le possibilità di avere un morto sono 5,6 volte superiori che non negli scontri tra due auto normali». Negli scontri frontali spesso il SUV monta sul cofano dell'auto fino a entrare con il muso dentro il parabrezza. «Nel 56.3% degli incidenti mortali che coinvolgono un auto normale e un SUV, il morto era a bordo dell'auto normale, mentre solo nel 17,6% dei casi era a bordo del SUV". Negli incidenti SUV-altre auto i passeggeri dei SUV hanno più probabilità di sopravvivere ma, come si è visto, in assoluto viaggiare su un SUV non è più sicuro del viaggiare su un'auto. L'impatto con un SUV non fa bene neppure ai pedoni e ai ciclisti. Mentre infatti una normale auto procura in genere lesioni alla gambe, il SUV essendo più alto e avendo i paraurti sporgenti e rinforzati (bull bars) rende più probabile un impatto letale o comunque permanentemente invalidante.
Impatto ambientale. Sicurezza a parte, altro grave inconveniente dei SUV sono i consumi. Non che mi importi molto di quanto spende in carburante un proprietario di SUV ma certo non mi è indifferente la qualità dell'aria che respiro. Sempre da dati di quattroruote riguardanti i 10 modelli più venduti in Italia i SUV diesel fanno mediamente 9,9 chilometri al litro, le versioni a benzina invece con un litro fanno appena 7,7 km). Per le 10 auto più vendute i dati invece sono di 17 km/lt per il diesel e 12,5 per i modelli a benzina. In altre parole con il carburante necessario mediamente per fare 100 km con un SUV un'auto diesel ne fa 171,7 e una a benzina 162,3.
Che fare (a parte non comprarli)? Legambiente fa sei proposte concrete e lancia anche un concorso di idee: elaborazioni grafiche e verbali, slogan, fotomontaggi, vignette e quanto altro può venirvi in mente da spedire a stopsuv@legambiente.org

(fonte: Fuoristrada da città. Anatomia di un delirio collettivo, dossier di Legambiente)







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venerdì, 09 luglio 2004

Spostarsi in città

Chiunque vive in una grande città o in una cittadina di medie dimensioni deve quasi ogni giorno confrontarsi con il problema degli spostamenti urbani: a piedi, in bicicletta, in motorino o in moto, in auto o con i mezzi pubblici. Ogni mezzo ha i suoi vantaggi e i suoi svantaggi. Quanto sia grande il problema lo si avverte chiaramente al primo sciopero dei mezzi pubblici urbani.
Vediamo un po' di dati contenuti in una ricerca dell'Asstra (l'associazione delle aziende del trasporto pubblico locale) dell'aprile del 2004.
Se guardiamo ai soli spostamenti urbani effettuati con mezzi motorizzati, nel 2003 il 7,6% di tali spostamenti avveniva su veicoli a due ruote (erano l'8,3% nel 2000), il 12,1% con mezzi di trasporto pubblico (11,4% nel 2000) e l'80,3% con mezzi privati a quattro ruote (stessa percentuale del 2000).
I dati cambiano parecchio in base all'ampiezza del centro abitato. Nei Comuni sotto i 100.000 abitanti il 6,5% degli spostamenti con mezzi motorizzati avviene su due ruote (la percentuale sale al 10,8% nei comuni sopra i 100.000 abitanti ed è dell'11,7% in quelli sopra i 250.000). Anche i mezzi pubblici seguono un andamento simile: 8,1% nei comuni sotto i 100.000 abitanti, 23,2% in quelli sopra i 100.000 e 29,1% nelle città con più di 250.000 abitanti. Andamento opposto ha, ovviamente, la terza categoria, quella dei veicoli privati a quattro ruote: molto usati nei piccoli centri (85,4% degli spostamenti nei comuni sotto i 100.000 abitanti), il loro impiego decresce all'aumentare dell'entità demografica del centro abitato (66% nei comuni sopra i 100.000 abitanti e 59,2% in quelli sopra i 250.000).
Non molto diversi sono i dati se si guarda invece che agli spostamenti al numero di chilometri percorsi: in questo caso aumenta leggermente la percentuale dei servizi pubblici che, evidentemente, sono usati più frequentemente per spostamenti più lunghi.
Altre (e più interessanti) cifre nei prossimi giorni.

(fonte: Dai bisogni dei cittadini allo sviluppo del trasporto pubblico e la gestione ambientale della mobilità)






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martedì, 06 luglio 2004

Casa dolce casa

Secondo la Gabetti - leader del settore dell'intermediazione immobiliare - i prezzi di vendita delle abitazioni sono cresciuti del 2,8% nel 1999, dell'8% nel 2000, del 6% nel 2001, del 7,4% nel 2002, del 6,5% nel 2003 e del 3,6% nel primo semestre del 2004 (con aumenti del 5,2% a Roma, 10,5% a Bari). Secondo Nomisma l'aumento nel primo semestre del 2004 sarebbe stato addirittura del 5%.
Nel periodo primo semestre 2000 - primo semestre del 2004, i prezzi degli immobili sono aumentati in media del 52,5% a Genova, del 64,7% a Milano, del 37,9% a Torino, del 26,3% a Bologna, del 72,1% a Firenze, del 55,9% a Roma, del 64,6% a Napoli, del 58,7% a Bari, del 54,4% a Palermo e del 21,8% a Cagliari.
I motivi: basso costo del denaro, il rientro dei capitali a causa dello scudo fiscale di Tremonti, l'incertezza dei mercati finanziari (aggravata dalle vicende Cirio e Parmalat).
Come detto, nel 2003 il prezzo medio degli immobili residenziali è cresciuto del 6,5% mentre, secondo la Banca d'Italia nello stesso periodo i fondi comuni sono cresciuti del 3,6%, i Bot del 2,7% e i Cct del 2,4% (le obbligazioni estere hanno addirittura perso il 21,1%).
Nel biennio 2002-2003 - sempre secondo Nomisma - le abitazioni hanno garantito un rendimento del 34% (i negozi del 35,4%) mentre i titoli di Stato a medio e lungo termine hanno raggiunto il 9,1%, i Bot a tre mesi il 5,3% e le azioni hanno perso il 24,1%.
In un anno si vendono in Italia 900.000 appartamenti: quasi 103 al minuto (conteggiando anche i festivi e le notti). Secondo la Banca d'Italia a fine 2003 era investito negli immobili il 65% della ricchezza nazionale (5.300 miliardi di euro).
Molto alti anche i canoni di locazione quindi non stupisce che oggi il 23% degli italiani abbia un mutuo (5 anni fa erano il 15-18%).

(fonte: Stefano Livadiotti, Mattone mon amour, in L'espresso, n. 27, 8 luglio 2004)







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venerdì, 02 luglio 2004

Ridurre le tasse rende i poveri più ricchi?

Numeri reali e numeri virtuali (ma che potrebbero diventare reali). Parliamo di redditi e aliquote IRPEF.
Iniziamo dai numeri reali.
A dichiarare un reddito sopra i 100.000 euro all'anno è meno dell'1% dei contribuenti. Sono meno 150.000 persone mentre quelli che si situano nella fascia 70.000-100.000 euro sono pochi di più. Sotto la soglia degli 80.000 euro si situa quasi il 99% dei contribuenti italiani.
Tante le proposte sentite in questi ultimi mesi per ridurre le aliquote. Vediamo le ultimissime proposte targate Tremonti e Fini.
Proposta Tremonti: 23% fino a 32.600 euro; 33% da 32.600 a 80.000 euro; 37% da 80.000 a un milione di euro; 43% oltre il milione di euro.
Proposta Fini: 23% fino a 32.600 euro; 33% da 32.600 e 70.000 euro; 45% oltre il milione di euro.
Fino a 70.000 euro (quindi per oltre il 98% dei contribuenti) le due proposte si equivalgono. Cosa succederebbe:
Chi guadagna fino a 10.000 euro avrebbe un "risparmio" di 139,3 euro (1,4% del reddito).
Per un imponibile di 15.000 euro il "risparmio" sarebbe di 117 euro (0,78%).
Con 20.000 euro lo sconto fiscale sale a 161, 4 euro (0,8%).
A 30.000 euro le imposte diminuiscono di 890 euro (3%).
Per 50.000 euro si pagherebbero 2.172 euro in meno (4,3%)
Per 70.000 euro l'imposizione IRPEF peserebbe per 3.372 euro in meno (4,8%)
Sopra i 70.000 euro le due proposte divergono parecchio: quella Fini prevede una riduzione delle imposte costante di 3372 euro che quindi diminuisce percentualmente all'aumentare del reddito. La proposta Tremonti invece comporta, per questa esigua percentuale di italiani, tagli alle imposte decisamente maggiori. Ad esempio, per un reddito di 80.000 euro Tremonti promette un taglio di 4.572 euro (5,7%);  per 100.000 euro di 6.172 euro (6,2%); se l'imponibile fosse invece di 200.000 euro si pagherebbero 14.172 euro in meno (7,1%); un reddito di 400.000 euro comporterebbe invece un risparmio di 30.172 euro (7,5%); per un reddito di 1.000.000 di euro l'IRPEF inciderebbe per 78.172 euro (7,8%).
Esistono altre differenze tra le due proposte riguardanti, ad esempio, i redditi più bassi (Tremonti aumenterebbe la soglia di esenzione da 7.500 a 8.000 euro mentre Fini aumenterebbe le detrazioni per i famigliari a carico) ma il nucleo delle proposte è quello visto sopra.
Qui finiscono i numeri e iniziano le domande: è vero che aliquote più basse riducono l'evasione? le riduzioni rilanceranno gli acquisti e quindi l'economia? Questi due fattori comporteranno un aumento del reddito e quindi dell'imponibile? Questo aumento comporterà un'entrata uguale a quella attuale? E se così non sarà, quali voci di spesa verranno tagliate per far fronte alle riduzioni fiscali?
A voi le risposte ma chi scrive qualche idea se l'è fatta: la riduzione delle aliquote sulla carta è un incentivo a non evadere ma, se si escludono pochi casi (praticamente ininfluenti nell'ottica che qui ci interessa) in pratica non cambierà nulla. Idem per le riduzioni che rilanceranno solo in minima parte gli acquisti e non consentiranno di colmare il buco che si verificherà nel bilancio dello Stato. Non è successo negli Stati Uniti di Reagan (il modello di riferimento di Berlusconi per quel che riguarda la politica fiscale) figuriamoci se succede in Italia in cui la propensione al risparmio è più alta. Allora si taglieranno le spese dove si è tagliato fino ad ora: spese sociali, ricerca, trasferimenti agli enti locali (che dopo le recenti elezioni sono in gran parte governate dal centro-sinistra e che si troveranno a scegliere tra ridurre i servizi oppure aumentare le imposte locali o un misto delle due. Vedi il post del 5 aprile). In altre parole per ogni euro risparmiato di IRPEF la gran parte dei cittadini ne spenderà più di uno per pagarsi servizi che non ci saranno più e per pagare altre imposte (maggiorate) mentre per una piccolissima minoranza il risparmio dell'IRPEF sarà tale da superare abbondandemente le maggiori uscite. Intanto il Presidente del consiglio potrà andare da Vespa e dire di aver realizzato uno dei cinque punti del suo "contratto con gli italiani".

(i dati sono tratti da Roberto Mania, Fini o Tremonti, superpremio a favore dei redditi medio-alti, in la Repubblica, 2 luglio 2004)

















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giovedì, 01 luglio 2004

Basiliche

La nuova basilica di San Pio, che verrà inagurata oggi a San Giovanni Rotondo, può ospitare 6.500 persone mentre il sagrato ha una capienza di 40.000 persone.
L'edificio, progettato da Renzo Piano, è costato, secondo il ministro padre provinciale dei frati cappuccini Paolo Maria Cuvino, dai 30 ai 35 milioni di euro.

(fonti: agenzie di stampa e quotidiani)


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mercoledì, 30 giugno 2004

Patenti e patentini

Da domani 1° luglio entra in vigore, per la guida dei ciclomotori fino a 50cc., l'obbligo del patentino da parte dei minorenni. Fra un anno l'obbligo si estenderà anche ai maggiorenni senza patente di guida.
I ciclomotori in circolazione in Italia sono 6-6,5 milioni. Di questi si calcola che oltre un milione sia guidato da minorenni.
I soliti malpensanti potrebbero pensare che - dopo la patente a punti - sia un ennesimo regalo alle autoscuole, ma la legge sembra, almeno per i minorenni, contraddire a questa prima impressione. La legge infatti prevedeva che le scuole organizzassero gratuitamente corsi di 20 ore per preparare l'esame (solo teorico; per superarlo occorre rispondere esattamente ad almeno sei dei dieci quiz dell'esame). L'organizzazione dei corsi doveva essere tale da permettere ai minorenni di sostenere l'esame entro la fine di giugno. Con quali soldi la scuola li doveva organizzare? Con il 7,5% del ricavato delle multe ad automobilisti e motociclisti ma fino a metà giugno il Ministro Tremonti non ha sganciato una lira e solo il 16 giugno il Ministero dell'istruzione ha ricevuto i primi 5 milioni. Se le scuole avessero aspettato Tremonti di corsi non se ne sarebbe fatto neppure uno. Invece, con risorse proprie e in accordi con gli enti locali, le scuole hanno comunque programmato 26.000 corsi per 700.000 studenti anche se poi quelli effettivamente tenuti sono stati un terzo.
Quindi, oltre agli altri 300.000 (che non hanno presentato domanda hanno abbandonato gli studi), ci sono circa 400.000 minorenni che avrebberp avuto diritto di seguire gratuitamente il corso a scuola e che invece hanno dovuto (o dovranno) far ricorso alle autoscuole. A questi bisogna poi aggiungere 20-25.000 nuovi guidatori minorenni ogni mese (anche se, a causa del patentino le vendite dei nuovi ciclomotori che nel maggio del 2003 erano state 24.282 sono scese nel maggio del 2004 a 16.455). Il prezzo del corso varia tra i 100 e i 200 euro. La spesa totale prevista per le famiglie (e quindi il giro d'affari per le autoscuole) ammonta a circa 120-130 milioni di euro.
I patentini ottenuti fino ad ora sono circa 270.000 (100.000 i candidati bocciati). Per questo da più parti - Polizia stradale compresa - si era chiesto al Governo una proroga del termine dell'entrata in vigore dell'obbligo del patentino. Il Governo non l'ha concessa, quindi, da domani, circa 700.000 ragazzi dovranno rinunciare al motorino oppure rischieranno una multa fino a 516 euro e il sequestro del mezzo per 60 giorni. Niente paura però il ministro Lunardi - uno dei più strenui oppositori della proroga - ha invitato le «forze dell'ordine di non accanirsi, e questo significa che devono fare il loro dovere, fermare i ragazzi e far rispettare la legge, ma non fare inseguimenti». Un invito a chi non ha il patentino a scappare quando viene fermato?

(i dati sono tratti da Paolo Forcellini, Chi ti ha dato il patentino, in l'Espresso, n. 26 del 2004 e aggiornati, per quel che riguarda il numero dei promossi e bocciati all'esame, da Vincenzo Borgomeo, Pantentino, via fra le polemiche "Obbligatorio dal primo luglio, dal sito internet di Repubblica)





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martedì, 15 giugno 2004

Chi ha vinto? Chi ha perso?

Ascoltando i primi commenti sui risultati elettorali mi sono ricordato di una foto di Luciano De Crescenzo pubblicata nel libro "La Napoli di Bellavista". Nella foto si vedono due giornali esposti in un'edicola; uno intitola, a tutta pagina, "Il centrosinistra ha vinto"; l'altro, sempre a tutta pagina, "Il centrosinistra ha perso". Didascalia della foto: "cosa ha fatto il centrosinistra?".
Ognuno poi fa il confronto che più gli torna comodo. Secondo noi i risultati delle europee si dovrebbero confrontare con le ultime elezioni generali di tipo proporzionale (e quindi con la quota proporzionale delle elezioni politiche del 2001). Comunque, per completezza cerchiamo, per le principali liste, di fare il confronto anche con le precedenti europee.
Uniti nell'Ulivo: 31,1%. Alle politiche Ds 16,6% + Margherita 14,5% (cui andrebbero sotratti i voti dell'UDEUR che questa volta si è candidata per conto suo) = 31,1% cui andrebbero sommati i voti dei SDI che si candidarono insieme ai verdi come "Girasole" e presero il 2,2%. Alle europee 1999: Ds 17,3% + PPI 4,2% + Rinnovamento italiano 1,1% + Democratici 7,7% + SDI 2,2% = 32,5%
Forza Italia: 21%. Alle politiche: 29,4%. Alle europee 1999: 25,2%
Alleanza nazionale: 11,5%. Alle politiche: 12%. Alle europee 1999: 10,3% (insieme al Patto Segni)
Rifondazione comunista: 6,1%. Alle politiche: 5%. Alle europee 1999: 4,3%
UDC: 5,9%. Alle politiche: 3,2% (CCD-CDU). Alle europee 1999: CCD 2,6% + CDU 2,2% = 4,8%
Lega nord: 5%. Alle politiche: 3,9%. Alle europee 1999: 4,5%
Verdi: 2,5%. Alle politiche: 2,2% (insieme allo SDI come "Girasole"). Alle europee 1999: 1,8%
Comunisti italiani: 2,4%. Alle politiche: 1,8%. Alle europee 1999: 2%
Lista Bonino: 2,3%. Alle politiche: 2,2%. Alle europee 1999: 8,5%
Lista Di Pietro - Occhetto: 2,1%. Alle politiche: 3,9% (solo Italia dei valori cioè Lista Di Pietro). Alle europee 1999 non era presente
Socialisti uniti: 2%. Alle politiche (come Nuovo PSI) 1%. Alle europee 1999 non era presente
Alleanza popolare - Udeur: 1,3%. Alle politiche era candidato nella Margherita. Alle europee 1999: 1,6% (UDEUR).

(Fonte: dati Ministero dell'interno)














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lunedì, 07 giugno 2004

Palestinesi e israeliani

I dati, a meno di esplicite indicazioni diverse, si riferiscono al solo anno solare 2003.
«Circa 600 palestinesi, la maggior parte dei quali disarmati, compresi 100 bambini, sono stati uccisi dall’esercito israeliano in sparatorie, colpi di mortaio o bombardamenti casuali e irresponsabili oppure come risultato di un uso eccessivo della forza. Circa 90 palestinesi sono stati uccisi in esecuzioni extragiudiziali, compresi più di 50 passanti casuali, di cui 9 erano bambini. Altri sono stati uccisi in scontri armati con soldati israeliani».
«Diversi attivisti internazionali affiliati all’International Solidarity Movement (ISM), giornalisti e operatori sanitari stati uccisi o feriti da soldati israeliani».
«Soldati israeliani hanno continuato ad usare palestinesi come "scudi umani" durante le operazioni militari, costringendoli a portare a termine compiti che mettevano a repentaglio la loro vita».
«La maggior parte dei soldati e dei membri delle forze di sicurezza israeliani hanno continuato a godere dell’impunità. Raramente sono stati avviati indagini, processi e condanne per violazioni dei diritti umani. Secondo l’esercito israeliano, dall’inizio dell’intifada (sollevazione), nel settembre 2000, erano stati incriminati 61 soldati. Di questi, 17 sono stati riconosciuti colpevoli di violenza, due di uso improprio di armi, e 22 di saccheggio o di danneggiamento di proprietà. Nella stragrande maggioranza dei migliaia di casi di uccisioni illegali e di altri gravi violazioni dei diritti umani commesse da soldati israeliani dall’inizio dell’intifada, non risultano essere state avviate indagini».
«Almeno 130 civili israeliani, compresi 21 bambini, sono stati uccisi da gruppi armati palestinesi. Quasi la metà delle vittime sono state uccise in attacchi suicidi e gli altri in sparatorie. Circa 70 soldati israeliani sono stati uccisi in attacchi analoghi da parte di gruppi armati palestinesi. La maggior parte dei civili israeliani sono stati uccisi entro i confini israeliani mentre la maggior parte dei soldati nei Territori Occupati».
«Coloni israeliani nei Territori Occupati hanno ripetutamente attaccato palestinesi e le loro proprietà. Tali attacchi sono aumentati a ottobre, durante la raccolta delle olive, quando coloni israeliani hanno distrutto e danneggiato alberi di proprietà di palestinesi in vari villaggi della Cisgiordania. Nella maggior parte dei casi, gli attacchi da parte di coloni israeliani ai palestinesi e le loro proprietà non sono stati indagati e i responsabili non sono stati portati in giudizio».
«L’esercito israeliano ha distrutto diverse centinaia di case palestinesi e decine di strutture commerciali e pubbliche e ha distrutto o danneggiato infrastrutture per l’acqua, l’elettricità e le comunicazioni in tutti i Territori Occupati. Spesso le distruzioni sono state portate a termine dall’esercito israeliano come forma di punizione collettiva sulla popolazione locale in seguito ad attacchi eseguiti da gruppi armati palestinesi che avevano operato, o si sospettava avessero operato, direttamente dalle zone o nei pressi delle zone prese di mira».
«L’esercito israeliano ha intensificato la distruzione delle case di parenti dei palestinesi noti o sospettati per aver compiuto attacchi contro civili o soldati israeliani».
«Spesso anche le case limitrofe sono state distrutte o danneggiate dalle grandi cariche esplosive solitamente usate dai soldati per fare saltare le case, e in alcuni casi gli abitanti sono stati uccisi o feriti. L’esercito di solito non ha lasciato il tempo agli abitanti di raccogliere i loro beni prima di distruggere le case».
«Restrizioni crescenti imposte dalle autorità israeliane sul movimento dei palestinesi nei Territori Occupati hanno causato difficoltà senza precedenti per i palestinesi, rendendo difficile o impedendo totalmente il loro accesso al lavoro, all’istruzione, alle cure mediche, le visite familiari e altre attività della vita quotidiana. Chiusure, posti di blocco militari, coprifuochi e una miriade di altre restrizioni hanno confinato i palestinesi alle loro case o nelle immediate vicinanze per la maggior parte del tempo».
«Le restrizioni sono state una delle principali cause del collasso di fatto dell’economia palestinese e hanno determinato un drammatico aumento della disoccupazione, che è arrivata a sfiorare il 50%, e povertà, con i due terzi della popolazione palestinese che vivono sotto la soglia della povertà e un numero sempre maggiore di persone che soffrono di malnutrizione o di altri problemi di salute».
«Centinaia di posti di blocco dell’esercito israeliano e sbarramenti hanno impedito ai palestinesi di servirsi delle strade principali e di molte altre strade secondarie che sono tranquillamente usate dai coloni israeliani che vivono in insediamenti illegali nei Territori Occupati. Le chiusure e le restrizioni al movimento sono state via via aumentate quale rappresaglia per gli attacchi compiuti da gruppi armati palestinesi».
«Le restrizioni al movimento dei palestinesi hanno subito un ulteriore incremento con la costruzione da parte di Israele di una recinzione/muro nella parte occidentale della Cisgiordania e attorno a Gerusalemme. Secondo Israele la recinzione/muro, costituita da recinzioni, muri di cemento, profondi fossati e strade costellate da carri armati, dovrebbe servire ad impedire ai palestinesi di entrare in Israele e portare a termine degli attacchi. Tuttavia, la recinzione/muro è in costruzione soprattutto su terre palestinesi all’interno della Cisgiordania, tagliando fuori centinaia di migliaia di palestinesi dai servizi essenziali delle città e dei villaggi vicini e dalle loro terre coltivate, una fonte importante di sussistenza per i palestinesi in questa regione. L’esercito israeliano ha dichiarato zone militari chiuse le porzioni della Cisgiordania tra la recinzione/muro e Israele e ha preteso che i palestinesi che vivono o possiedono terreni in quelle zone ottenessero permessi speciali per entrare e uscire dalle loro case e le loro terre. Soldati israeliani hanno negato frequentemente il passaggio a residenti e contadini in queste zone, impedendo loro di recarsi al lavoro o di tornare a casa».
«Per imporre le chiusure o i coprifuochi, i soldati israeliani hanno fatto spesso uso di munizioni cariche, gas lacrimogeni e granate stordenti, hanno detenuto o maltrattato palestinesi e confiscato veicoli e carte di identità. I soldati israeliani hanno spesso rifiutato o ritardato il passaggio attraverso i posti di blocco di ambulanze palestinesi o di pazienti che viaggiavano in veicoli privati o a piedi, costringendo alcune donne a partorire presso il posto di blocco».
«Migliaia di palestinesi sono stati detenuti dall’esercito israeliano. La maggior parte sono stati rilasciati senza accuse, centinaia sono stati incriminati per reati contro la sicurezza di Israele e almeno 1.500 sono stati trattenuti in detenzione amministrativa senza accuse né processo. I processi davanti ai tribunali militari non hanno rispettato gli standard internazionali. Vi sono state diffuse denunce di torture e maltrattamenti di detenuti palestinesi e i soldati israeliani hanno usato palestinesi come "scudi umani" durante le operazioni militari. Determinati abusi commessi dall’esercito israeliano sono da considerarsi crimini di guerra, incluse le uccisioni illegali, lo sbarramento all’assistenza medica e la presa di mira di personale sanitario, le distruzioni estese e arbitrarie di proprietà, la tortura e l’uso di "scudi umani". Gli attacchi deliberati contro civili da parte di gruppi armati palestinesi costituiscono crimini contro l’umanità».
«Decine di ebrei israeliani che si erano rifiutati di prestare servizio militare o di servire nei Territori Occupati sono stati condannati a periodi di reclusione fino a 6 mesi. Altri sei che erano stati deferiti alla corte marziale per avere rifiutato di servire nell’esercito israeliano erano in attesa di sentenza. Tutti sono prigionieri di coscienza».
«A ottobre l’esercito israeliano ha ordinato il trasferimento forzato dal loro paese d’origine in Cisgiordania alla Striscia di Gaza di almeno 18 palestinesi sotto detenzione amministrativa senza accuse né processo. A fine anno erano stati tutti trasferiti forzatamente».

(Amnesty International, Rapporto annuale 2004)


















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lunedì, 31 maggio 2004

Meningite

L'anno scorso, forse per fare qualcosa di concreto, forse per sentirmi meno in colpa di essere tra il 20% della popolazione che usa l'80% delle risorse, ho fatto una modestissima donazione ad Emergency e a Medici senza frontiere. Così ora mi arriva per posta un po' di materiale informativo che oggi uso per questo blog.
«In Europa i casi di meningite sono spesso di origine virale. I pazienti guariscono in pochi giorni e non hanno conseguenze. La meningite batterica è molto rara; si registrano tuttavia alcuni decessi di bambini e giovani adulti»
«Con tragica regolarità, la meningite batterica colpisce, in Africa, più di un milione di persone. Ogni anno sono 170.000 le vittime di questa tragedia silenziosa, in maggioranza bambini»
L'unica cosa che si può fare per arginare le epidemie è il vaccino e ogni anno Medici senza frontiere vaccina dai 3 ai 5 milioni di persone.
«I vaccini utilizzati oggi in Africa hanno più di 40 anni e stanno perdendo efficacia. Una nuova generazione di vaccini, i "coniugati" potrebbe rappresentare una speranza per le popolazioni a rischio. La presenza di una proteina assicura un'immunità più durevole e permette di diminuire il numero dei portatori sani. Il progetto di questo vaccino è stato però bloccato dalle case farmaceutiche per mancanza di prospettive di profitto».
«Un nuovo vaccino contro il solo ceppo A [i ceppi sono quattro: A, B, C e W 135] sta per essere ultimato dall'Organizzazione Mondiale della Sanità ma sarà disponibile solo nel 2006. Il principio del profitto è all'origine di un ritardo che causerà migliaia di vittime».
«Un nuovo ceppo batterico, il più virulento, si sta diffondendo, in forma epidemica, in Africa: il W 135. Si teme che possa infettare, in un anno, migliaia di persone. L'inaccessibilità del vaccino per le popolazioni africane rappresenta una vera catastrofe umana. Si stima un bisogno fra i 20 e i 50 milioni di dosi nei prossimi 5 anni. Di fronte a questa drammatica situazione le case farmaceutiche dichiarano di non poter produrre vaccini per l'Africa. Dietro a questo argomento si nasconde un problema di profitto che rende i vaccini inaccessibili alle popolazioni più povere. In realtà, il costo di produzione di un vaccino è stimato essere meno di un euro. Un vaccino contro questo nuovo ceppo è già disponibile in Europa e negli Stati Uniti. Destinato ai turisti, il vaccino costa fra i 5 e i 50 euro a dose, secondo il paese».
Ed ora la pubblicità progresso:
Medici Senza Frontiere lancia un'operazione chiamata "50 centesimi al giorno" in cui chiede di versare tale cifra in rate mensili, trimestrali, semestrali o annuali. Questo serve a garantire una disponibilità di fondi tale da pianificare gli interventi, ma se versate una cifra una tantum a loro (e ai futuri vaccinati) non fa certo schifo. Peraltro la donazione è detraibile.
Un'ultima cosa, con i 50 centesimi - l'equivalente di 3-4 sigarette e meno di un caffè - si possono vaccinare 2 persone.

(fonte: materiale informativo di Medici senza frontiere)










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venerdì, 28 maggio 2004

Migranti

«Su una popolazione mondiale di 6,3 miliardi di persone, si calcolano 175 milioni di migranti, compresi più di 14 milioni di rifugiati, e 1 milione di richiedenti asilo. Inoltre, nel mondo si contano circa 25 milioni di sfollati.
(...) Benché solo il 3% circa della popolazione mondiale viva fuori dal paese d’origine, il flusso migratorio mondiale è diventato uno dei fenomeni più visibili del mondo moderno».

(Amnesty International, Rapporto annuale 2004)


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martedì, 25 maggio 2004

Acqua azzurra, acqua chiara... acqua 3

«L’inquinamento è un sottoprodotto delle tecnologie industriali e del commercio globale. La carta fabbricata a mano e le tinture vegetali non inquinano; anche il trattamento indigeno dei pellami mostra grande prudenza e rispetto nei confronti dell’acqua; frutta e verdure fresche non richiedono acqua, se non per la coltivazione.
Viceversa, la moderna lavorazione industriale della carta e del cuoio produce un pesante inquinamento. La lavorazione della pasta di legno richiede dai 60.000 ai 190.000 galloni di acqua per tonnellata di carta (un gallone corrisponde a circa 4,5 litri). La sbiancatura usa dai 48.000 ai 72.000 galloni di acqua per tonnellata di cotone. Il packaging di piselli e pesche per la spedizione su lunghe distanze utilizza rispettivamente fino a 17.000 e 4.800 galloni per tonnellata.
L’uso e la contaminazione delle risorse idriche scarse non è appannaggio esclusivo delle vecchie tecnologie industriali, ma costituiscono una componente nascosta anche delle nuove tecnologie informatiche. Uno studio condotto dal South West Network for Environmental and Economic Justice e dalla Campaign for Responsible Technology rivela che il processo di fabbricazione dei chip richiede una quantità eccessiva di acqua.
In media, la produzione di un singolo wafer di silicio da sei pollici richiede 2.275 galloni di acqua deiodizzata, 90 metri cubi di gas generici, 0,6 metri cubi di gas tossici, 900 grammi di prodotti chimici e 285 kilowattore di energia elettrica. In altre parole,
se un impianto produce in media 2.000 wafer alla settimana (il nuovo laboratorio all’avanguarda Intel di Rio Rancho, New Mexico, per esempio può produrne 5.000), avrà bisogno di 4.550.000 galloni d’acqua alla settimana e 236.600.000 all’anno per la produzione dei soli wafer di silicio».

(Vandana Shiva, Le guerre dell’acqua, Feltrinelli)





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domenica, 23 maggio 2004

Manifesti elettorali 1

Si può bluffare con le parole o con i numeri (sì, anche con i numeri). Del tema si parla da tempo (ad esempio qui dove trovate anche altri links sul tema) ed è forse ora che anche questo blog inizi ad occuparsene con sistematicità. Parliamo, se non si era capito, del manifesti elettorali del Presidente del Consiglio (non di Forza Italia, ma proprio suoi personali visto che è lui l'uomo immagine, colui che si candida in tutte le circoscrizioni pur sapendo che la sua carica è incompatibile con il seggio di Strasburgo e che quindi dovrà rinunciare. Bella presa per il culo degli elettori anche se, ad onor del vero, non è l'unico che lo fa).
Uno dei manifesti recita:
«1.353.000 nuovi posti di lavoro regolari
Fonti: dati Istat gennaio 2004 rispetto a gennaio 2001
Ministero del lavoro e delle politiche sociali Ministero dell’interno»
Il numero è dato dalla differenza tra i posti di lavoro nel gennaio 2004 rispetto a quelli del gennaio 2001 (718.000) sommato al numero delle domande di regolarizzazione presentate dagli immigrati irregolari (635.000). Vediamo un po' nel dettaglio queste cifre.
Dati ISTAT. La crescita riguarda il periodo gennaio 2001 (21.243.000 occupati) - gennaio 2004 (21.991.000) ma il governo Berlusconi entra in carica nel luglio 2001 quindi dai 718.000 vanno detratti i posti di lavoro del periodo gennaio-giugno 2001 in cui era al governo il centro-sinistra. A luglio 2001, sempre secondo i dati ISTAT, i posti di lavoro erano 21.713.000. Dei 718.000 quindi ben 470.000 risalgono al periodo in cui era al governo il centro-sinistra e solo 248.000 al periodo in cui Presidente del Consiglio è Silvio Berlusconi.
Domande di regolarizzazione degli immigrati. A prescindere dal fatto che di quelle domande 68.000 sono state respinte (e quindi i posti si ridurrebbero a 603.000), spesso si tratta di lavori estremamente volatili (sul perché v. le dichiarazioni di Franco Pittau, coordinatore del Dossier statistico sull’immigrazione della Caritas e di Angela Scalzo, direttrice dell'Ufficio stranieri della CGIL). Il trucco qui è duplice: in primo luogo l'aggettivo "regolari": tali posti di lavoro dovevano già esistere visto che avere un posto di lavoro era condizione necessaria per chiedere la regolarizzazione. Non sarebbero quindi "nuovi" posti di lavori ma semplicemente emersione del lavoro sommerso. Il secondo trucco è però ancora più interessante: i dati ISTAT citati in precedenza non si riferiscono ai posti di lavoro occupati dagli italiani ma ai posti di lavoro esistenti in Italia e quindi anche a quelli degli immigrati regolari.
In altre parole l'occupazione è aumentata durante il governo Berlusconi (fino al gennaio 2004) di sole 248.000 unità e non di 1.353.000.

(Fonti: Max Stirner, I numeri di Berlusconi o Berlusconi dà i numeri?, in il barbiere della sera e Scandali al sole - Facciamo le pulci ai numeri, programma di Alessandro Sortino su Radio Capital)









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